Non solo le apnee ostruttive, ma anche l’insonnia (+29%) e un sonno disturbato da frequenti risvegli per le cause
più disparate(+26%) si associano a un maggior rischio di aritmie cardiache.

Al mattino alzarsi è un’impresa, la giornata inizia e già si è stanchi e sonnolenti. Dormire poco e male rovina di
certo le giornate, ma ora si scopre che aumenta non poco il rischio di ritrovarsi con il cuore “ballerino” per
colpa della fibrillazione atriale, l’aritmia più diffusa ma anche la più pericolosa visto che incrementa di molto
la probabilità di ictus. Il legame pericoloso è stato dimostrato da due ricerche presentate durante il congresso
dell’American Heart Association, secondo cui le apnee ostruttive non sono l’unico disturbo del sonno che mette a
rischio il cuore.

Risvegli frequenti
È infatti ben noto da tempo che le apnee ostruttive, ovvero le «sospensioni» del respiro dovute a una più o meno
completa ostruzione delle vie aeree mentre si dorme, si associano a un maggior pericolo di malattie cardiovascolari
e metaboliche: le apnee fanno infatti impennare la pressione e la frequenza cardiaca mentre l’ossigeno in circolo
scende. Quel che finora non si sapeva è che anche soffrire di insonnia o essere spesso svegliati durante la notte
sorte effetti molto simili: un primo studio, condotto da ricercatori dell’università di San Francisco in
California, ha infatti dimostrato che la diagnosi di insonnia accresce del 29 per cento il rischio di fibrillazione
atriale, mentre sveglie notturne frequenti (per i motivi più disparati, dall’andare in bagno ai rumori in strada)
lo aumentano del 26 per cento. I dati sono solidi perché arrivano dalla revisione di due ricerche indipendenti che
hanno monitorato fino a undici anni oltre 10mila persone, a cui è stata aggiunta l’analisi del California
Healthcare Cost and Utilization Project, un database ospedaliero californiano che raccoglie dati di 14 milioni di
persone. «Si sapeva che i pazienti con fibrillazione atriale hanno spesso disturbi del sonno ma non era noto il
contrario, ovvero che dormire poco e male apre la strada alle aritmie; la correlazione resta ed è consistente anche
dopo aver tenuto conto della presenza di apnee ostruttive o di fattori che possono modificare il rischio come età,
sesso, presenza di diabete, ipertensione, scompenso cardiaco o abitudine al fumo», spiegano gli autori.

Il ruolo del sonno REM
Gli stessi ricercatori hanno approfondito il tema in un altro studio, per il quale hanno seguito oltre mille
soggetti senza apnee per capire come anomalie nelle diverse fasi del sonno potessero modificare il rischio di
fibrillazione atriale. I partecipanti sono stati analizzati per valutare durata e qualità del sonno, quanto
occorreva loro per addormentarsi e anche il pattern del riposo, per esempio la diversa durata delle varie fasi REM
e non-REM; così facendo gli autori hanno scoperto che il rischio di fibrillazione atriale aumenta soprattutto se si
riduce il sonno REM, quello meno profondo caratterizzato dall’attività onirica. «Il meccanismo non è ancora ben
chiaro ma il legame è plausibile: il sonno ha un impatto sull’attività del sistema nervoso autonomo, che a sua
volta controlla la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna – osserva il coordinatore dell’indagine, il
cardiologo Gregory Marcus –. I risvegli e lo scarso sonno REM potrebbero provocare un maggiore stress sul cuore e
alla lunga favorire la comparsa di aritmie. Perciò tutte le strategie utili a migliorare la qualità del sonno
possono essere utili per il benessere del cuore: fare regolarmente esercizio fisico, diminuire il consumo di
caffeina e avere una buona routine serale per avvicinarsi al riposo sono le regole principali per dormire bene. E
se c’è qualche disturbo del sonno, è sempre opportuno parlarne al medico».

Fonte Elena Meli corriere.it

 

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